Michela Murgia, il Premio Strega e la donna mostruosa: quando il corpo femminile torna sotto processo

Il van dello Strega era uno spazio pubblico o privato? La domanda conta, ma non esaurisce il problema. Il punto è la velocità con cui, quando una donna occupa lo spazio pubblico con una voce non addomesticata, il discorso torna al suo corpo.
È questo che rischia di perdersi nella cronaca del cosiddetto caso Mari-Murgia-Ciabatti: la frase attribuita, la smentita, la precisazione, poi l’indignazione, la difesa d’ufficio dell’autonomia dell’opera, la solita domanda se uno scrittore debba essere giudicato per ciò che scrive o per ciò che dice quando non sta scrivendo. Tutto legittimo, tutto in parte necessario. Ma anche tutto insufficiente.
Michela Murgia
Michela Murgia
Questa vicenda non diventa interessante se viene trattata come un processo individuale. Non si tratta di stabilire se Michele Mari sia o non sia moralmente degno del Premio Strega. Non è questo il punto. E non si tratta nemmeno di trasformare Michela Murgia in una figura intoccabile, sottratta alla critica perché morta, amata, simbolica e troppo rapidamente consegnata a una forma di santificazione civile. Anche questa sarebbe una scorciatoia.
Il punto è un altro: che cosa accade, nella nostra cultura, quando una donna esercita una voce pubblica forte, divisiva, non conciliatoria? Che cosa si attiva quando quella donna, invece di chiedere permesso e di addolcire il proprio pensiero, prende parola, magari ad alta voce?
Molto spesso accade che la discussione scivoli dal pensiero al corpo. Non si discute più ciò che quella donna ha detto, scritto, sostenuto, sbagliato, anche esasperato o reso necessario. Si discute del perché quella donna dica quelle cose. Ci deve essere per forza una ferita esistenziale. Eccola: brutta, isterica, frustrata, sgraziata, eccessiva, disturbante. In una parola: mostruosa.
Questa è una struttura culturale antica. Non appartiene solo al linguaggio social, né alla povertà del dibattito contemporaneo. Ha radici profonde. Ogni epoca ha trovato il proprio lessico per rendere sospetta la donna che eccedeva il posto assegnato. La strega, la megera, la virago, la pazza, la brutta, la zitella, la femminista rancorosa, la madre cattiva, la donna di potere deformata dalla sua stessa ambizione: sono nomi diversi di un medesimo archivio simbolico.
L’antropologia ci insegna che le società producono figure mostruose non solo per rappresentare il male, ma per stabilire confini. Fin dalle antiche leggende, il mostro abita la soglia: fra umano e disumano, ordine e disordine, norma e devianza. Serve a dire che cosa una comunità non vuole essere, che cosa teme di diventare, che cosa deve espellere per continuare a riconoscersi come ordinata. In questo senso la “donna mostruosa” non è mai soltanto una donna giudicata negativamente. È una figura di controllo. È il segnale che una presenza femminile ha oltrepassato il limite della tollerabilità sociale.
Non è un caso che, nella storia europea, il corpo femminile sia stato a lungo trattato come prova. Prova di colpa, di disordine, di incontinenza, di alleanza con forze oscure, di incapacità morale. Il Malleus Maleficarum, pubblicato alla fine del Quattrocento, non inventa da solo la caccia alle streghe, ma organizza e legittima una visione già circolante: la donna come creatura più fragile, più carnale, più permeabile al male, più esposta alla deviazione. La strega non è soltanto una criminale dell’immaginario religioso. È una donna il cui corpo diventa indizio. Il corpo parla contro di lei prima ancora che lei possa parlare per sé.
Qui sta il nesso con il presente. La caccia non è finita semplicemente perché si sono spenti i roghi. È finita una sua forma storica, giuridica, spettacolare. Altre forme sono rimaste: più educate, più ironiche, più mondane, perfino più letterarie. Non cercano più il marchio del diavolo sulla pelle. Cercano il difetto, l’eccesso, la stonatura, la bocca troppo larga, il corpo sbagliato, la voce insopportabile. Non bruciano più la donna, ma ne riducono l’autorità a sintomo.
La misoginia più resistente, infatti, non è sempre quella che vieta apertamente la parola femminile. Spesso è quella che la interpreta come patologia. Una donna parla con durezza? È rancorosa. Insiste? È ossessiva. Occupa spazio? È narcisista. Non piace? È frustrata. Non consola? È cattiva. Non si lascia desiderare secondo le regole previste? Allora il suo pensiero deve essere il prodotto di quella mancanza.
È una procedura di delegittimazione molto precisa: non si risponde all’argomento, si cerca il movente nel corpo. Non si dice “hai torto”, che sarebbe ancora una forma di riconoscimento. Si dice, più sottilmente: “parli così perché sei fatta così”. E quel “fatta così” riguarda quasi sempre una femminilità considerata fallita, eccedente o difettosa.
Questo è il cuore della vicenda. Michela Murgia può essere criticata. Deve poterlo essere. Si possono discutere le sue idee, la sua scrittura, la sua postura pubblica, il suo modo di intendere il femminismo, la sua politicizzazione del linguaggio, la sua capacità di dividere il campo culturale. Sarebbe anzi sano che accadesse. Il contrario della denigrazione non è la santificazione. È la critica.
Ma criticare una donna non significa ricondurla alla sua carne, né spiegare la sua autorità attraverso un difetto estetico, una presunta ferita, magari erotica, una mancanza di desiderabilità. Questa non è critica: è disciplinamento simbolico.
Il caso esploso intorno al Premio Strega 2026 rivela allora una doppia povertà. La prima è evidente: ancora una volta il corpo femminile diventa il punto di caduta del discorso pubblico. La seconda è forse più grave, perché riguarda direttamente il campo letterario. Ci si sarebbe potuti aspettare che una tensione fra candidati al più importante premio letterario italiano producesse un conflitto di livello più alto. Non più educato, necessariamente. Più alto.
Gli scrittori non devono essere buoni o concilianti. Neppure edificanti, si può dire. La letteratura, come ogni pratica umana, vive anche di rivalità, stroncature, antipatie, furori estetici, incompatibilità radicali. Ma proprio per questo il conflitto letterario dovrebbe potersi permettere una qualità diversa. Si può demolire una poetica. Si può contestare l’uso pubblico della letteratura. Si può discutere se il romanzo debba ancora avere una funzione civile o se questa pretesa lo impoverisca. Si può parlare di lingua, struttura, immaginario, canone, mercato, ideologia, forma.
Qui, invece, si poteva parlare delle opere in concorso, delle loro visioni del mondo, delle diverse idee di romanzo che portano con sé. Non per compilare una scheda dei finalisti, ma perché un premio letterario dovrebbe generare conflitto sui testi: sulla forma, sulla lingua, sull’idea di letteratura che ogni candidatura mette in campo.
Invece il discorso è stato sequestrato dal corpo di una donna morta.
Questo è il sintomo più significativo. Non che gli scrittori siano crudeli: lo sono, come tutti. Non che gli ambienti culturali siano attraversati da vanità, risentimento e maldicenza: sarebbe ingenuo fingere il contrario. Il punto è domandarsi perché, quando la crudeltà incontra una donna autorevole, trovi così spesso la strada del corpo.
Massimo Recalcati, intervenendo sul caso, ha richiamato proprio l’ipocrisia dell’indignazione pubblica: la denigrazione dell’altro, la maldicenza, il giudizio spietato sono esperienze umane diffuse, non eccezioni scandalose. È una parte di verità che non andrebbe respinta. Il mondo letterario, come ogni altro campo sociale, non è una comunità di anime pure. È fatto di gerarchie, desiderio di riconoscimento, competizione per il prestigio, narcisismi feriti, alleanze, esclusioni, invidie. Pierre Bourdieu avrebbe detto che anche il campo culturale, per quanto ami rappresentarsi come superiore alle logiche ordinarie del potere, è un campo di lotta per il capitale simbolico.
Ma l’antropologia della cattiveria non basta. Dire che tutti denigriamo non spiega perché alcune denigrazioni usino sempre gli stessi strumenti. Non ogni maldicenza è solo maldicenza. Alcune parole sono archivi culturali che parlano attraverso di noi. Portano con sé secoli di associazioni fra corpo femminile e colpa, fra desiderabilità e valore, fra bellezza e legittimità, fra bruttezza e devianza.
La domanda non è: perché gli esseri umani sono crudeli? La domanda è: perché la crudeltà, davanti a certe donne, diventa così rapidamente anatomica?
È qui che la vicenda smette di essere una polemica letteraria e diventa un oggetto sociologico. Il corpo femminile non è mai solo corpo. È un luogo politico. Su di esso si depositano aspettative, norme, divieti, fantasie, paure collettive. Il corpo della donna pubblica deve essere abbastanza visibile da poter essere consumato, ma non tanto visibile da imporsi. Deve essere gradevole, ma non minaccioso. Presente, ma non ingombrante. Desiderabile, ma non libero. Quando esce da questa griglia, diventa un problema da spiegare.
Sady Doyle - Il mostruoso femminile
Sady Doyle – Il mostruoso femminile
Sady Doyle, nel suo lavoro sulle figure femminili mostruose, mostra bene come la cultura trasformi in mostro la donna che concentra su di sé rabbia, potere, sessualità, maternità irregolare, desiderio di autonomia. La donna-mostro non è semplicemente una figura dell’orrore: è una tecnologia narrativa. Serve a rendere spaventosa la libertà femminile. Serve a dire che una donna fuori misura non è una soggettività politica, ma una minaccia.
Questa logica non riguarda solo la cultura pop o il mito. Riguarda anche la memoria storica. Chi lavora sulle figure femminili del passato lo vede continuamente: quando una donna entra nella storia dalla porta del potere, spesso la memoria la fa uscire dalla porta del corpo. Margarete Maultasch ne è un esempio perfetto. Contessa del Tirolo, protagonista di una vicenda politica complessa, donna collocata nel cuore di conflitti dinastici, territoriali e religiosi, è stata consegnata per secoli anche attraverso un soprannome deformante. “Maultasch”: bocca larga, bocca sgraziata, volto che diventa destino. Che il soprannome alludesse a una deformità, a un insulto osceno o a una propaganda politica, il punto resta lo stesso: la memoria ha avuto bisogno di ricordare una donna di potere attraverso un marchio corporeo.
Accade spesso. La sovrana diventa mostruosa. La guaritrice diventa strega. La vedova autonoma diventa sospetta. La donna che parla diventa sguaiata. La donna che scrive diventa esibizionista. La donna che non consola diventa cattiva. E la donna troppo bella? Ce n’è anche per lei: è stupida. O disponibile. Perfino lasciva. L’eccesso è la categoria con cui l’ordine nomina ciò che non riesce a governare.
Murgia, da questo punto di vista, è stata una figura profondamente eccedente. Troppo presente, per alcuni. Troppo politica, troppo assertiva, troppo divisiva, troppo malata in pubblico agli occhi di chi avrebbe voluto anche la malattia più discreta, troppo capace di costruire comunità e inimicizie. La sua morte non ha chiuso il conflitto. Lo ha reso più evidente. Una donna così non viene facilmente archiviata, perché obbliga ancora a prendere posizione.
Ed è proprio qui che bisogna evitare la trappola opposta. Murgia non deve diventare una reliquia. Una cultura matura dovrebbe poterla leggere senza devozione e discutere senza accanimento. Dovrebbe poter riconoscere che alcune sue posizioni hanno aperto varchi e altre hanno prodotto irrigidimenti; che la sua forza pubblica è stata anche una forma di polarizzazione; che la sua eredità va interrogata, non venerata. Ma tutto questo appartiene alla critica. Il tribunale del corpo appartiene a un’altra storia.
Per questo il caso non dovrebbe essere liquidato come moralismo, né gonfiato a scomunica. Dovrebbe essere usato meglio. Dovrebbe costringerci a chiedere perché il nostro dibattito letterario, che ama invocare la complessità, cada così spesso nelle forme più arcaiche della semplificazione simbolica. Perché, davanti a una donna che ha inciso nel campo culturale, si torni ancora alla domanda implicita: com’era il suo corpo? Quanto era desiderabile? Quanto era conforme? Da quale ferita veniva la sua rabbia?
Sono domande antiche, anche quando indossano abiti contemporanei. Le troviamo nei trattati demonologici, nelle cronache infamanti, nei soprannomi tramandati come sentenze, nelle caricature delle donne di potere, nelle diagnosi sull’isteria, nelle battute da salotto, nei commenti sotto i post. Cambiano i mezzi, non sempre cambiano le strutture.
Il Premio Strega avrebbe potuto essere l’occasione per parlare di romanzi. Di forma, di lingua, di editoria, di ciò che oggi la letteratura italiana considera degno di premio e di ciò che continua a lasciare ai margini. Invece ci siamo trovati a parlare ancora di una donna ricondotta al suo corpo. È un fallimento del dibattito, non perché il corpo non conti, ma perché conta sempre nel modo sbagliato: non come esperienza vissuta, non come luogo di vulnerabilità e storia, ma come arma di riduzione.
La caccia non è finita quando si sono spenti i roghi. È finita una forma storica della caccia. Ne restano altre: più colte, più allusive, più rispettabili. Non cercano più il marchio del diavolo sulla pelle. Cercano il difetto, l’eccesso, la bocca troppo larga, il corpo inadatto, la voce che non sa stare al suo posto.
È lì che il presente torna antico. Ed è lì che dovremmo imparare a riconoscerlo.

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